L’imprimitura di una tavola di legno con gesso e colla secondo Cennino Cennini

Cennino Cennini

Foto da commons.wikimedia.org

Cennino Cennini nel suo Libro dell’Arte riportava il modo in cui venivano preparate le tavole per dipingere con i colori ad olio. Le tecniche riportate nel libro derivano probabilmente dagli insegnamenti del suo maestro Agnolo Gaddi, figlio di Taddeo Gaddi a sua volta allievo di Giotto e figlio di Gaddo Gaddi capostipite con Cimabue della pittura fiorentina. Le fasi della preparazione dell’imprimitura secondo Cennini sono 5 e sono:

  1. preparazione della tavola;
  2. apprettatura
  3. incollaggio della tela di lino;
  4. imprimitura con gesso grosso;
  5. imprimitura con gesso fine;

Preparazione della Tavola

Ai tempi del Cennini non era facile trovare delle tavole su cui dipingere e non era escluso che si dovessero inchiodare più tavole una di fianco all’altra per ottenerne una utilizzabile. Inoltre, le tavole non erano lisce e uniformi come quelle che vendono oggi in commercio, per cui era necessario un lavoro di preparazione atto a rendere la superficie della tavola consona a ricevere gli strati di pittura. Il legno considerato più adatto per le tavole pittoriche era il pioppo perchè povero di nodi e si prestava bene a ricevere i colori ad olio.

Ora vegniamo al fatto del lavorare in ancone, o  vero in tavola. Prima vuole essere l’ancona lavorata d’un legname che si chiama arbero o vero povolare che sia ben gentile,  o tiglio, o saligàro. E prima abbi il corpo dell’ancona, cioè i piani; e pricura se v’è groppi magagnanti, o se l’asse fusse niente unta, fa’ tagliare tanto dell’asse che l’untume vada via; ché mai non ti potrei dare altro rimedio. Fa’ che ‘l legname sia ben secco;  e se fusse figure di legname o foglie, che le potessi far bollire in caldaia con acqua chiara,  mai quel legname non ti farebbe cattiviera di sfenditure.

Le tavole di pioppo potevano avere delle imperfezioni come piccoli buchi che andavano riparati con uno stucco a base di segatura e colla. Chi lavora con il legno o è appassionato di modellismo sicuramente sa che segatura e colla è ideale per riparare le piccole imperfezioni del legno. Cennini consigliava di preparare la colla mescolando un bicchiere d’acqua e due spicchi di colla di carte di capretti e pecore. A questa colla si mescolava della segatura per ottenere una pasta adatta a tappare i buchi del legno. Posso assicurare che la colla di coniglio o semplicemente la colla vinavil sono altrettanto adatti a questo genere di lavori.

Ritorniamo pure ai groppi, o ver nodi, o altre mancanze ch’avesse il piano della tavola. Togli colla di spicchi forte, tanto che un mugliuolo o ver bicchiere d’acqua faccia scaldare e bollire due spicchi in uno pignattello netto d’unto. Poi abbi in una scodella segatura di legname intrisa di questa colla; empine i difetti de’ nodi e rispiana con una stecca di legno, e lasciala stare. Poi con una punta di coltellino radi, che torni gualiva all’altro piano. Va’ ancora pricurando se v’è occhio o punta di ferro ch’avanzasse il piano, sbattilo ben dentro infra l’asse. Abbi poi con colla pezzuoli di stagno battuto come quattrini, e cuopri bene dove è ferro: e questo si fa, perché la ruggine del ferro non possa(3) mai sopra il gesso. El piano dell’ancone non vuole essere troppo pulito.

Apprettatura

A questo punto si procedeva all’apprettatura della tavola, ossia alla stesura della colla su tutta la tavola. Quando abbiamo parlato dell’apprettatura di una tela abbiamo visto che le sue funzioni sono 3:

  1. far aderire meglio il successivo strato di imprimitura;
  2. ridurre la quantità di imprimitura necessaria;
  3. non far aggredire la tela dall’olio.

Per la tavola, invece, l’apprettatura veniva eseguita principalmente per soddisfare i primi due punti. Si cominciava stendendo una mano della colla preparata in precedenza. Poi l’autore suggeriva di diluire questa colla con altra acqua e di farla bollire per poi stenderla di nuovo sopra la tavola. Quando quest’ulteriore strato diventava secco allora si davano altre due mani della prima colla meno diluita.

Abbi prima colla fatta di mozzature di carte pecorine, bollita tanto che rimanga delle tre parti l’una. Tastala colle palme delle mani; e quando senti che l’una palma s’appicca coll’altra, allora è buona. Colala due o tre volte. Poi abbi in una pignatta, mezza di questa colla, e ‘l terzo acqua, e falla ben bollire. Poi con un pennello di setole, grosso e morbido, da’ di questa colla su per la tua ancona, o sopra fogliami, civori o colonegli, o iò che lavoro, fosse che abbia a ‘ngessare; poi la lascia seccare. Togli poi della tua prima colla forte, e danne col tuo pennello due volte sopra il detto lavoro, e lascia sempre seccare dall’una volta all’altra; e rimane incollata perfettamente. E sai che fa la prima colla? Un’acqua che viene a essere men forte; e appunto come fussi digiuno e mangiassi una presa di confetto, e beessi un bicchiere di vino buono, ch’è uno invitarti a disinare, così è questa colla: è un farsi accostare il legname a pigliare le colle e gessi.

Incollaggio della tela di lino

Per dare una trama alla superficie pittorica l’artista suggeriva di tagliare delle strisce di tela di lino, bagnarle nella colla e incollarle sulla tavola. Le strisce di tela dovevano essere ben stese con le mani e poi si lasciava seccare per due giorni. L’autore sosteneva anche che il tempo secco e ventoso era l’ideale per far seccare la colla, la quale era consigliabile che fosse meno diluita in inverno che in estate proprio per il venir meno di dette condizioni metereologiche.

Incollato che hai, abbi tela, cioè panno lino vecchio, sottile, di lesco(1) bianco, senza unto di nessun grasso. Abbi la tua colla migliore; taglia o straccia listre grandi e piccole di questa tela; inzuppale in questa colla; valle distendendo colle mani su per li piani delle dette ancone; e leva prima via le costure, e colle palme delle mani le spiana bene, e lasciale seccare per due dì. E sappi che lo incollare e ingessare vuole essere il tempo alido e ventoso. Vuole essere la colla più forte di verno che di state; ché di verno el mettere d’oro vuole essere il tempo umido e piovoso.

Secondo il manuale pratico delle tecniche pittoriche:

L’uso delle tele incollate sulle tavole da dipingere risale ad epoche molto remote. Tra le più antiche testimonianze abbiamo certi sarcofaghi egizi nei quali si è trovata della tela di lino applicata sul legno e sopra alla tela della cola e del gesso su cui venne poi dipinto; questi dipinti, detti del Fayoum, sono d’epoca tardoromana. Esempi medievali di una simile preparazione delle tavole si possono vedere in vari quadri scrostati che lasciano intrawedere le tele, come in una pala di scuola toscana del XV secolo conservata nella Pinacoteca di Lucca.

Imprimitura con gesso grosso

Con un raschiatoio l’artista suggeriva di rimuovere tutte le imperfezioni della tela di lino incollata sulla tavola. Poi bisognava prendere del gesso grosso di Volterra che è l’alabastro gessoso che si trova nella zona di Volterra. Nei negozi di belle arti questo gesso è comunemente chiamato gesso di bologna e viene venduto già in polvere, quindi non ci sarà bisogno di alcuna macinazione. Essendo già a grana fine, nel nostro caso non differenzieremo tra gesso grosso e fine, bensì utilizzeremo sempre lo stesso gesso. Cennini suggeriva di mescolare gesso e colla e di scaldarlo a bagnomaria senza mai arrivare al punto di ebollizione. Poi con un pennello morbido si stendeva il gesso sulla tavola, sulle cornici e le foglie ornamentali. Probabilmente vi chiederete cosa c’entrano cornici e foglie con le tavole. Bisogna ricordare che a quel tempo si colorava sia su tavole che su polittici che erano sempre tavole di legno con due o più ante che si chiudevano a cerniera e che venivano dipinte sia davanti che dietro. Questi polittici spesso erano decorati con cornici e elementi decorativi come foglie o altro.

Quando l’ancona è ben secca, togli una punta di coltellino a modo d’una mella, che rada bene; e va’ cercando per lo piano se truovi noccioletto o cocitura nessuna, e togli via. Poi abbi gesso grosso, cioè volteriano, ch’è purgato ed è tamigiato a modo di farina. Mettine uno scodellino in sulla prieta proferitica, e macina con questa colla bene, per forza di mano, a modo di colore. Poi li raccogli con istecca, mettilo in sul piano dell’ancona, e con una stecca ben piana e grandicella ne va’ coprendo tutti i piani; e dove puoi darne di questa stecca, sì ‘l fa’. Poi abbi di questo cotal gesso macinato; scaldalo; togli un pennelletto di setole morbido, e danne di questo gesso sopra le cornici e sopra le foglie, e così ne’ piani, di stecca. Negli altri luoghi e cornici, ne da’ tre o quattro volte; ma ne’ piani’non se ne può dar troppo. Lascialo seccare per due o tre dì. Poi abbi questa mella di ferro; va’ radendo su per lo piano. Fa’ fare certi ferretti che si chiamano raffietti, come vedrai a’ dipintori di più ragioni fatti. Va’ ritrovando ben le cornici e fogliami, che non rimangano pieni; se’ no gualivi; e fa’ che generalmente ogni difetto di piani e di mancamento di cornici si medichino di questo ingessare.

Mentre il gesso grosso veniva venduto in pietre e richiedeva macinazione, il gesso fine (ossia il gesso spento in acqua) aveva granularità sottile probabilmente simile al gesso di bologna. Questo gesso veniva venduto dagli speziali e acquistato dagli artisti. Il processo di produzione prevedeva la mescolanza del gesso in acqua per un mese e ogni giorno veniva cambiata l’acqua e il gesso rimanente veniva tritato. Il gesso diveniva così morbido come seta.

Ora si vuole che tu abbi d’un gesso el quaie si chiama gesso sottile; el quale è di questo medesimo gesso, ma è purgato per bene un mese, tenuto in molle in un mastello. Rimena ogni dì l’acqua, che quasi si marcisce, ed escene fuori ogni focor di fuoco, e viene morbido come seta. Poi si butta via l’acqua, fassene come pane, lasciasi asciugare; e di questo gesso si vende poi dagli speziali a noi dipintori. E di questo gesso s’adopera a ingessare, per mettere d’oro, per rilevare e far di belle cose.

Imprimitura con gesso sottile

Dopo che il gesso grosso si era asciugato bisognava radere bene la superficie per togliere le varie imperfezioni. Noi possiamo adottare carta vetro 180 per stucco per fare questo lavoro. Per preparare il gesso fine acquistato dagli speziali, Cennini consigliava di prenderne una quantità e versarla in acqua e poi metterla in un panno di lino e strizzarlo per far correre via l’acqua. A quel punto si mescolava il rimanente con la colla usata in precedenza. Poichè tra queste diverse fasi di lavorazione passavano uno o due giorni la colla diventava gelatinosa ed era necessario riscaldarla a bagnomaria per renderla liquida. Sciolta la colla si mescolava con il gesso e si riscaldava sempre a bagnomaria senza mai far bollire l’acqua. Il gesso caldo così ottenuto si stendeva poi sulla tavola. In una prima mano ci si aiutava anche con il palmo della mano che doveva compiere movimenti circolari. Poi si lasciava riposare per un pò senza far seccare il tutto e si stendeva una seconda mano solo con il pennello. Cennini suggeriva di stendere quest’imprimitura alternativamente su ambo i versi della tavola lasciando riposare un pò ad ogni passaggio. Bisogna comprendere, però, che l’imprimitura fronte retro era utile solo per i polittici mentre era inutile per tavole su cui si realizzava un normale dipinto ad olio. Cennini suggeriva di stendere almeno otto mani di gesso fine.

Come tu hai ingessato di gesso grosso, e raso bene pulito, e spianato bene e dilicatamente, togli di questo gesso sottile; a pane a pane mettilo in una catinella d’acqua chiara; lascialo bere quant’acqua e’ vuole. Poi il metti a poco a poco in sulla prieta proferitica e, senza mettevi altr’acqua dentro, perfettissimamente il macina nettamente. Poi ‘l metti in su ‘n on pezzo di panno lino, forte e bianco; e così fa’ tanto che n’abbi tratto un pane. Poi el rinchiudi in questo panno, e strucalo(2) bene, che 1’acqua n’esca fuori quanto più si può. Quando n’hai macinato quanto ti fa per bisogno (che ti conviene avvisarti, per non avere a fare di due ragion gessi temperati, che non ti gitterebbe buona ragione), abbi di quella medesima colla, di che hai temperato il gesso grosso; tanta se ne vuole far per volta, che temperi il gesso sottile e grosso. E vuo!e essere il gesso sottile temperato meno che ‘l gesso grosso. La ragione? che il gesso grosso e’ tuo fondamento d’ogni cosa.  E per tanto el ti viene bene a ragionare, che non potrai strucare tanto il gesso sottile, che qualche poco non vi rimanga d’acqua. E per questa cagione fa’ arditamente una medesima colla. Abbi una pignatta nuova, che non sia unta; e se fusse invetriata, tanto è migliore. Togli il pane di questo gesso, e col coltellino il taglia sottile, come tagliassi formaggio; e metti in questa pignatta. Poi vi metti su della colla; e colla mano va’ disfacciendo questo gesso, come facessi una pasta da fare frittelle, pianamente e destramente, che non ti facci spiuma. Poi abbi una caldare d’acqua, e falla ben calda, e mettivi questa pignatta di gesso temperato. E questa ti tiene el gesso caldo e non bolle; che se bollisse, si guasterebbe. Quando è caldo, togli la tua ancona; e con pennello di setole grossetto e ben morbido, intigni in questa pignatta, e pigliane temperatamente, né troppo né poco; e danne distesamente una volta su per li piani e per cornici e per fogliami. E’ vero che in questa prima volta, come vai daendo, così colle dita e colla palma della mano al tondo va’ rispianando e fregando su per lo gesso dove il poni: e questo ti fa incorporare bene il sottile col grosso. Quanto hai fatto così, ritorna da capo e danne distesamente una volta di pennello,
senza fregare più mano. Poi lascialo posare un poco, non tanto che secchi in tutto; e ridanne un’altra volta per l’altro verso, pur col pennello; e lascialo riposare a modo usato. Poi ne da’ un’altra volta per l’altro verso: e per questo modo, sempre tenendo il tuo gesso caldo, ne da’ in su’ piani per lo meno otto volte. In fogliame e altri rilievi si passa di meno; ma in piani non se ne può dar troppo; quest’è per cagione de radere che si fa poi.

Imprimitura con gesso sottile senza gesso grosso

E’ possibile anche eseguire un’imprimitura con il solo gesso sottile. Per far ciò il processo di macinazione va eseguito con la colla e non con l’acqua. Il resto del procedimento rimane simile se non per l’aggiunta di un pò di bolo armeno che era ed è un tipo di argilla colorato con colori tendenti al giallo ocra, al rosso e al nero.

Ancora son molti che macinano il gesso sottile pur con la colla e non con acqua. Questo è buono per ingessare dove non è ingessato di gesso grosso, che vuole essere più temperato. Questo cotal gesso è molto buono a rilevare foglie e altri lavorii, sì come è molte volte per bisogno. Ma quando fai questo gesso da rilevare, mettivi dentro un poco di bolio armenico, tanto che gli dia un poco di colore.

Quando l’imprimitura dopo un paio di giorni era asciugata si procedeva a rimuovere le imperfezioni. Cennini suggeriva di spolverare polvere di carbone sulla superficie così che quando si rimuoveva tutto il carbone si aveva la certezza di aver raso tutta la superficie. Io credo che nel nostro caso sarà sufficiente scartavetrare la superficie con carta vetro 180 per stucchi.

Quando hai finito d’ingessare (che vuole essere finito in un dì e, se bisogn a, mettivi della notte, purché tu dia le tue dòtte ordinate), lascialo seccare senza sole due dì e due notti per lo meno: quanto el lasci più seccare, tanto è meglio. Abbi una pezza con carbone macinato, legata a modo di balluzza(2), e va’ spolverezzando su per lo gesso di questa ancona. Poi, con un mazzo di penne di gallina o d’oca, va’ spazzando e gualivando questa polvere negra su per lo gesso. E questo, perché il piano non si può radere troppo perfettamente; e perché il ferro è piano con che radi il gesso, dove lievi riman bianco come latte. Allora t’avvedi dove è più bisogno e radere.

A questo punto non rimane che sperimentare questa ricetta e fornire le vostre opinioni e i vostri commenti. Cosa aspettate a provarla?


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Commenti

  1. Enrico Rudelli dice:

    Molto interessante, dal punto di vista storico ma….ti posso assicurare che non mi metterò mai oggi a provare ilmetodo del Cennini. Non ne avrei la pazienza.
    Io oggi, dovendo utilizzare una tavola o un multistrati che trovo in commercio, mi limito a dare una buona stuccata, usando stucco in polvere preparato al momento con la giusta quantità d’acqua (quello già pronto tende a screpolarsi).
    Una volta ben lisciato con una spatola e asciutto lo carteggio con carta vetrata e lo copro con una mano di cementite che, una volta asciutta, carteggio a sua volta. Su questa poi disegno e lavoro a olio come faccio normalmente sulla tela.
    Chissà se così va bene. Comunque è molto più veloce del metodo del Cennini. Sta poi a vedere se il risultato finale sarà altrettanto duraturo dei capolavori del passato.

  2. sasadangelo dice:

    Concordo con te Enrico,
    è ovvio che i metodi del passato vanno adattati ai nostri giorni. Reperire una tavola di pioppo o un multistrato è facilissimo epoi basterà un paio di mani di gesso e colla o volendo imprimitura acrilica.

    Cmq, questa documentazione è altrettanto importante per vari motivi:

    1. E’ propedeutica per un articolo di imprimitura gesso e colla semplificato che ho usato in passato ed uso ed è la ricetta diffusa su Internet.
    2. E’ propedeutica al mio articolo di imprimitura sul Caravaggio perchè bisogna comprendere perchè da un punto di vista storico le imprimiture hanno subito modifiche.
    3. Ho letto troppe ricette su Internet con 50 mila ricette diverse e chissà perchè erano tutte degli antichi maestri. Quello che sto cercando di far capire è che non esiste la ricetta unica degli antichi maestri, le ricette hanno subito cambiamenti storici perchè diverse erano le esigenze da affrontare nei diversi periodi. Se non si capisce è facile rimanere confusi. Inoltre, tutti i siti citano ricette senza mai citare fonti. Io sto cercando di affrontare certi temi in maniera un pò diversa.Poi magari non si utilizzerà quelle informazioni nella pratica ma almeno si potrano distinguere con più facilità chi millanta cose inesistenti.

    Spero tu concordi con me.
    Ciao

  3. sasadangelo dice:

    A proposito di fonti, è questo il motivo per cui amo sempre inserire link alle fonti o il testo del libro da cui ho preso le info.
    Ciao

  4. Enrico Rudelli dice:

    Concordo in tutto con te, soprattutto quando fai di tutto per divulgare la cultura. Ma a volte gli inesperti come me si spaventano un poco, s’intimidiscono e a volte finiscono per dire: “Non ce la farò mai.”
    Ciao.

  5. bellissimo articolo molto utile. apprezzo molto gli approfondimenti sulle tecniche e sui maestri del passato. Cennini è un Gigante! si impara molto. per creare un’opera d’arte e non una tela colotrata, oggi secondo me è necessario conoscere le basi solide create dai nostri antenati per secoli. c’e’ tutto un sapere ed una tradizione italiana di botteghe e scuole che è affascinante studiare. Fa parte anche di una nostra identità ed orgoglio
    grazie.

  6. mitico Cennino!!! Grazie!!!

  7. Bell’articolo……apprezzo la passione con cui fai tutto questo e la condivido pienamente!

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